Coltivazione

Storia di una semina fortunata

Non l’avevo mai fatto prima anche se l’idea aleggiava da tempo dentro di me.
Era maturo il momento per cimentarmi nella creazione di una rosa che portasse il mio nome e che coronasse in qualche modo la dedizione e l’impegno che ogni giorno dedicavo a questa meravigliosa pianta.
Seguendo la mia vocazione di giardiniera che sta dalla parte delle piante e che predilige il giardino naturale e spontaneo pensai di lasciare che fosse la natura nella sua meravigliosa perfezione a suggerirmi il percorso.
E così, occhi aperti e sensi all’erta cominciai a raccogliere in vivaio bacche da rose che per qualche motivo mi attraevano (fiore, profumo, sviluppo e portamento, fogliame, persistenza della bacca..) Ne riempii una cesta inconsapevole dove mi avrebbe portato quel raccolto imprevedibile.

Ogni seme contenuto all’interno del cinorrodo (bacca) è un figlio di due genitori (rose) che si sono accoppiati grazie al preziosissimo contributo di qualche ape o insetto impollinatore che trasportando il polline di una rosa su di un altra rosa avrà consentito una fusione genetica.
Perchè imprevedibile?
Il risultato di questa unione sarà un individuo nuovo con caratteristiche proprie non necessariamente somiglianti al padre o alla madre. Quando l’unione tra due soggetti avviene in modo spontaneo e naturale e i due fondono i loro patrimoni genetici non potremo sapere chi e come sarà il figlio contrariamente a quanto avviene con incroci guidati (ibridazione controllata).
Mistero, magia, potenza, meraviglia: lasciai che la natura facesse il suo corso e che mi sorprendesse. Il mio contributo fu semplice ma attento e preciso, si trattò di assecondare un processo naturale insito nel seme stesso ma che nella quasi totalità dei casi non avviene e cioè il suo schiudersi.

A Gennaio quando le temperature sfioravano lo zero posizionai i tanti semi estratti dalle bacche in vasetti del diametro 14 né troppo piccoli , né troppo grandi, dopo averli puliti dalla polpa, lavati e asciugati. Utilizzai un semplice substrato inerte a base di torba setacciata, sabbia e pomice sbriciolata per facilitare il drenaggio. In esterno, posizionai i vasetti su dei bancali rialzandoli da terra, nella zona più fredda ed esposta del vivaio, ognuno con 1 seme e con il cartellino bene in vista con il nome della mamma genitrice da cui avevo preso la bacca. La fortuna volle che fosse un inverno molto rigido. Le basse temperature aiutano ad allentare la buccia esterna del seme che nelle rose è molto dura e legnosa permettendo al primo cotiledone di farsi strada verso la luce quando le temperature risalgono e i freddi sono ormai scagionati.
Che momento emozionante individuare il primo timido segnale di vita! Ricordo che l’uscita delle prime foglioline avvenne in modo molto discontinuo e graduale, alcune, pigre, fecero capolino quando già era molto caldo. Ottenni diverse piantucole e con l’orgoglio e la pazienza di una madre le osservavo crescere nei giorni, sviluppare nei mesi e formarsi nel paio di anni a seguire per scoprire che molte di loro non ce l’avrebbero fatta. Ne dovetti scartare diverse poichè deboli, poco attraenti e non idonee ad essere perpetuate con i metodi tradizionali dell’ innesto e della talea. E così da una famiglia che inizialmente pareva molto numerosa e variegata il nucleo si ridusse a poche preziosissime unità.
Oggi da quella fortunata semina sono rimaste tre varietà di rose, tre bellissimi rampicanti di cui andiamo molto fieri in vivaio:

Ma Chérie
Cecilia’s Rambler
Trés jolie MondoRose